di Stefano Sarasso
Che siano radicali o conservatori, questi vignaioli hanno tutti, in qualche modo voltato le spalle a quelli che oggi il sistema considera i prerequisiti per fare il vino. Di fatto loro non producono vino secondo una formula o per il mercato e spesso sentono di camminare su una corda tesa senza rete di sicurezza. Il rigore e l’esperienza richiesta nella loro attività hanno portato sovente a produrre l’eccellenza aprendo anche la strada a diversi filoni di viticoltura alternativa. ‘’Non è mai con la facilità che si ottengono le grandi cose. Solo quando ti sporgi dal bordo del precipizio godi della migliore vista e capisci che la grandezza è possibile’’ (Bernard Noblet – Domaine de la Romanée Conti).
Tra le icone mondiali della viticoltura di controtendenza, dal cuore dello Jura, Pierre Overnoy ha iniziato a coltivare le vigne di famiglia negli anni ’50 e a produrre vino senza solfiti a metà degli anni Ottanta. Trattamento del suolo senza chimica, alta densità di impianto per portare le radici in profondità e fermentazioni spontanee sono i cardini di una viticoltura naturale praticata già nell’epoca di massima industrializzazione dell’agricoltura. Il gesto enologico di Pierre Overnoy risplende ancora oggi per la sua coerenza.
Probabilmente la sfida più importante che questi produttori non convenzionali hanno dovuto affrontare è stata quella con le commissioni delle denominazioni di origine. ‘’I vignaioli che ovunque lavorano davvero per comprendere e far esprimere la ricchezza del territorio anziché costringerlo a fare ciò che si vorrebbe imporgli, sono accusati di non rispettare una tipicità inventata dai bisogni delle strategie commerciali! Eppure sono loro che rispondono all’idea primigenia che avevano i pionieri delle denominazioni di origine nate all’alba della ricostruzione post-fillosserica. (Francois Morel- Caporedattore di Le Rouge&Le Blanc)
Tra i vignerons francesi sono molti quelli che per sfinimento hanno ripiegato sulla dicitura Vin de France contro un’idea restrittiva e regressiva delle appellation d’origine accusate di imporre uno stile che esclude tutti gli altri. In Italia, come non richiamare il caso altisonante della Barbera Ab Normal 2003 di Teobaldo Cappellano che la DOC aveva considerato come rivedibile. “Forse la migliore mai fatta, una potenza in tutto, profumi, corpo, zuccheri, una meraviglia che non sapevamo neanche come avessimo fatto a fare, ma quei profumi erano considerati anormali ed avrei quindi dovuto filtrarla, ripulirla, cambiarla’’ (T.C.). Il vino fu imbottigliato come Vino da Tavola con quell’ironico nome e le 2800 bottiglie furono vendute in un baleno.
Nel 2013 Craig Hawkìns dell’azienda vinicola sudafricana Testalonga realizzò dei vini perfettamente stabili ma cloudy per la presenza di fecce. Vini acclamati, richiesti da ristoranti stellati in tutto il mondo, già venduti prima di essere imbottigliati ma reietti da varie commissioni che ne impedirono l’export perché avrebbero danneggiato il brand South Africa. Di conseguenza molti produttori evitarono per molto tempo di imbottigliare senza filtrazione sterile o chiarificazione per paura delle conseguenze.
Sono outsider ma soprattutto eroici coloro che lavorano i cosiddetti vitigni evitati ma fortemente legati alla storia del territorio. Un esempio eclatante e di attualità arriva dal Cile, dove sempre più produttori si sono riposizionati sul pais, una varietà di uva introdotta quattrocento anni fa dai missionari spagnoli e messa ai margini dall’adozione dei vitigni internazionali.
Ma forse più di tutti sono stati autentici outsider quei vignaioli che hanno messo in discussione quella ricerca di potenza, quella moda dell’estrazione salutata con entusiasmo negli anni Novanta per lasciare spazio al tocco personale, alla scommessa folle di fare il vino che si sogna di bere.



