di Francesca Zaccarelli
Il vino, si sa, racconta la storia dell’umanità. Ma pochi ricordano che, all’inizio, a scriverla erano anche, e soprattutto, le donne. Il legame tra il vino e il femminile è antico e profondo: un binomio che ha attraversato i secoli tra divieti, riti, tabù e rivoluzioni silenziose.
In età arcaica, le donne erano protagoniste della cultura del vino. Nei culti di Dioniso, nei rituali della fertilità, nelle feste agrarie: il vino rappresentava la vita e la donna, simbolo di generazione e mistero, ne era la custode. Da Sarduri, la “donna della vigna, colei che fa il vino” (figura mitologica sumera che fa da raccordo tra il mondo dei mortali e quello degli dei), al ruolo delle sacerdotesse, fino alla gestione della produzione e della vendita di birra e vino nelle locande, un’usanza mediterranea che cambia a partire dai Greci, il vino e le donne erano inseparabili.
Con l’affermarsi delle società patriarcali, il calice divenne privilegio maschile. Già a partire dall’antica Roma, alle donne era vietato bere, soprattutto in pubblico: il vino era ritenuto fonte di disordine, pericoloso per la virtù e per l’ordine familiare. Bere diventò atto di libertà e dunque di scandalo per le donne “oneste”. Duri erano i controlli quanto le pene: dal bacio sulle labbra della sospettata per verificare se avesse consumato vino, fino alla morte per mano del marito o dei familiari.
Ma la realtà, come spesso accade, era più sfumata. Se Plinio, Orazio e Catone riportano avvenimenti tragici, l’archeologia ci racconta una storia di ribellione: tombe contenenti vasi vinari e pitture murali ricordano la defunta o, almeno, il suo ultimo messaggio. Segni concreti che le donne, almeno nel privato o in occasioni eccezionali, bevevano, mantenendo vivo questo naturale e atavico legame con il vino.
Nei secoli successivi, la situazione migliorò, ma la donna restò spesso nell’ombra. Lavorava la vigna, curava la fermentazione, custodiva i segreti della produzione, ma senza mai apparire o godere liberamente dei frutti del suo lavoro. I nomi sulle bottiglie, i riconoscimenti, i brindisi ufficiali restavano appannaggio maschile, a parte qualche straordinaria eccezione, come Madame Clicquot, di cui abbiamo già raccontato la storia. Nell’immaginario collettivo, la donna che beveva era ancora vista con sospetto: musa o peccatrice, mai davvero padrona del suo calice.
Il Novecento però ha, giocoforza, cambiato le regole. Le guerre mondiali, svuotando le campagne degli uomini, affidarono alle donne la gestione delle aziende agricole e delle cantine, tanto che furono loro a salvare in molte aree la viticoltura dall’abbandono. Da lì nacque una nuova consapevolezza, poi consolidata da studi, passioni e carriere: enologhe, produttrici, sommelier, comunicatrici del vino. Oggi sono sempre di più le “donne del vino” che firmano etichette di successo e guidano cantine innovative, portando uno sguardo diverso: più sostenibile, più narrativo, più sensibile ai legami tra territorio, ambiente e comunità.
Eppure, la battaglia non è finita. Persiste un linguaggio e una rappresentanza del vino ancora troppo maschile, un sistema in cui la leadership femminile fatica a essere pienamente riconosciuta. Ma la storia, come il vino, continua a maturare. Ogni vendemmia aggiunge un passo verso un equilibrio più giusto, dove il vino non divide ma unisce, e la voce femminile torna a essere parte del racconto.
Forse il vero brindisi del futuro è questo: riconoscere nel vino non solo un prodotto, ma un linguaggio che sa parlare anche, e finalmente, al femminile. Cin cin alle donne del vino. E alle storie che hanno ancora da raccontare.
