Voglio andare ad Alghero… anzi no… preferisco il Sulcis!

21 Gen 2024 | News, newsletter

un viaggio di Ivano Menicucci (a cura di Sergio Aricò)
“Sì…viaggiare” per dirla con Lucio Battisti e non c’è dubbio che il territorio visitato dal sottoscritto merita di essere conosciuto a prescindere dall’aspetto meramente enologico. Ci troviamo nella parte sud-occidentale della Sardegna, nella zona storica del Sulcis-Iglesiente. L’itinerario che ho percorso copre un’area estesa ma con una settimana a disposizione e una buona pianificazione si riesce a vivere una gratificante esperienza a tutto tondo.
Nel Sulcis, l’ambiente è incontaminato e nello stesso tempo ricco di storia, di siti archeologici e manufatti risalenti al neolitico e a tutte le civiltà (A partire dai fenici del X secolo a.C., seguiti dai greci, cartaginesi, romani, barbari, arabi, pisani, genovesi, bizantini, aragonesi) che si sono succedute e che hanno contribuito all’arricchimento culturale, scientifico e certamente anche ampelografico. Inoltre, la posizione di questo specifico territorio, piuttosto distante dalla penisola italiana e dagli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, gli ha permesso di non subire eccessive contaminazioni e di mantenere quindi una propria identità.
Il vitigno principale di quest’area è il carignano del Sulcis, chiamato localmente “axina de Spagna”. Ricordiamo che in Sardegna la “x” si pronuncia all’incirca come la “j” francese.
Il Sulcis è caratterizzato in alcune aree da un clima sub-arido e quindi in linea teorica poco utile per il ciclo produttivo della vite. Una delle teorie più accreditate è che il suddetto vitigno sia stato importato dagli aragonesi nel XIV secolo durante la lunga dominazione; essi erano grandi esperti di coltivazione della vite in aree siccitose e il carignano proprio in queste difficili condizioni offre il meglio di sé. Prima cantina a essere visitata è stata quella di Santadi, nata nel 1960 e divenuta nel tempo un punto di riferimento del panorama enologico regionale grazie alla sapiente e lungimirante guida del Presidente Antonello Pilloni e al fondamentale contributo dell’enologo Giacomo Tachis.
Oltre alle diverse aree produttive, è possibile vedere la parte storica della struttura con annessa la barricaia. Alcuni prodotti sono celebri, come il Rocca Rubia e il Terre Brune ma la linea completa comprende numerosi vini, incluso il passito di uve nasco in purezza, il cannonau liquoroso Festa Norìa nonché la grappa ottenuta con distillazione a bagnomaria delle vinacce di carignano del Terre Brune. Nella stessa tenuta si trova l’azienda Agricola Punica, voluta da Giacomo Tachis con il coinvolgimento del marchese Incisa Della Rocchetta e dello stesso Antonello Pilloni. Nasceranno da questa partnership dei grandi vini che potremo definire “Super Sardinian”, ottenuti con una quota maggioritaria di carignano (o vermentino) e altri vitigni internazionali.

Risaliamo, quindi, verso Siliqua, in direzione del Castello di Acquafredda, nominato nel 1993 Monumento Naturale. Si ritiene sia stato realizzato nel XIII secolo dal conte Ugolino della Gherardesca per il controllo degli accessi alla città mineraria e successivamente caduto in mani aragonesi per poi finire nel dimenticatoio. Oggi, dopo un restyling, è possibile visitarlo grazie alla sua messa in sicurezza e alla realizzazione di passerelle e scale per una comoda visita, nonostante la struttura abbia uno sviluppo verticale su un imponente sperone roccioso.
Successivamente ci spostiamo verso Narcao, in direzione del villaggio minerario Is Rosas. Quest’area, dislocata su diversi ettari immersi nella natura, era frequentata già in età nuragica e con l’arrivo dei Romani iniziò a essere sfruttata per l’estrazione di ferro, piombo, rame e zinco. È stata attiva fino al 1980 e dopo tale data è stata adibita a museo a cielo aperto e totalmente restaurata per l’accoglienza di stampo turistico. È infatti possibile visitare le gallerie, accompagnati da guide esperte oppure, in alcune occasioni speciali, direttamente dagli anziani minatori che illustreranno come venivano piazzati gli esplosivi per creare nuovi cunicoli e come si svolgeva in linea generale la dura vita in miniera. Sempre all’interno del comprensorio è possibile usufruire di un ristorante caratteristico e trascorrere la notte nelle graziose e silenziose casette dei minatori, disseminate come un albergo diffuso in tutta l’area e ristrutturate per comodo soggiorno, disponendo anche di un angolo cottura. Durante la stagione estiva viene realizzata la kermesse denominata Rosso in miniera, durante la quale i principali produttori locali di vino allestiscono nella piazza principale banchi d’assaggio presentando i loro prodotti, per un evento che si prolunga fino a tarda notte.

Il viaggio prosegue verso sud, fino a Porto Pino e alla adiacente spiaggia Is Arenas Biancas a Teulada, caratterizzata da splendide dune di sabbia bianca finissima alte oltre venti metri e tutelate dalla proficua presenza di appositi vigilantes i quali impediscono ai turisti di ambulare sulle dune danneggiandole. Dopo un corroborante bagno, se il clima lo consente, da Teulada ci spostiamo a Sant’Anna Arresi per visitare la Cantina Mesa di Gavino Sanna, il noto pubblicitario famoso, per citare alcune delle sue numerose creazioni, per lo spot “dove c’è Barilla c’è casa” e per il celeberrimo Mulino Bianco. La struttura si scorge in lontananza, ben riconoscibile per la sua forma squadrata e le nuances bianche e grigie ed è immersa in un’oasi vegetativa davvero suggestiva. La cantina si raggiunge attraversando i vigneti di carignano, vermentino e syrah e a mano a mano che ci si avvicina si riconoscono gli ornamenti che adornano parte della parete frontale, quella che da lontano appariva grigia: sono i motivi classici dei tappeti sardi, ripresentati anche nelle etichette molto essenziali delle bottiglie. Molto evocative risultano, altresì, le poesie in retro etichetta dedicate a ogni vino, scritte dal simpatico e preparato Luca Fontana, responsabile commerciale dell’azienda.

Proseguiamo il viaggio dirigendoci verso l’isola di Sant’Antioco, collegata alla Sardegna con un ponte. Se il periodo è quello giusto, solitamente in primavera, è possibile ammirare anche i fenicotteri rosa, di passaggio in questa area durante la migrazione. Arriviamo alla cantina sociale di Sant’Antioco, Sardus Pater, che prende il nome dalla divinità introdotta dai romani per sostituire quella di derivazione cartaginese adorata precedentemente dalle popolazioni locali. Il culto di questa divinità era molto attivo, per esempio, nel tempio di Antas che merita sicuramente una visita pur essendo leggermente fuori mano rispetto al nostro itinerario.
La cantina sociale, costituita da oltre duecento soci, possiede trecento ettari vitati con vigneti di almeno cinquanta anni e che raggiungono in alcuni casi i centotrenta anni, con rese mantenute basse. Non sempre è facile visitare la cantina, ma è comunque possibile fare una degustazione per conoscere i numerosi vini prodotti, di ottimo livello. Il locale carignano a piede franco è certamente la varietà più utilizzata ma troviamo anche il monica e il cannonau. Molto interessante il vermentino brut metodo classico, l’AD49, il cui nome richiama il 1949, l’anno di fondazione della casa vinicola. Nelle etichette compaiono le immagini di diversi reperti storici ritrovati nella zona, risalenti al periodo nuragico, fenicio, cartaginese e romano.
Dopo la degustazione non si può rinunciare a una visita al museo del Bisso nel centro del paese per conoscere Chiara Vigo, forse l’ultima tenutaria dell’arte della lavorazione e tessitura di questo filato. Chiamata anche seta del mare, questa sostanza si forma quando il liquido cheratinoso emesso dalla Pinna Nobilis, il mollusco bivalve più grande del Mediterraneo e iscritto nell’elenco delle specie protette, viene a contatto con l’acqua di mare e solidifica, formando un batuffolo intricato: nella sostanza uno spettacolo da non perdere in particolar modo per gli amanti delle immersioni subacquee.
Dopo il museo del Bisso, con pochi minuti di cammino, si può fare un salto indietro nel tempo di tremila anni, raggiungendo l’area archeologica di Sulci o Sulki, l’insediamento fenicio dal quale sarebbe poi sorta l’attuale città di Sant’Antioco. Il giro prosegue secondo programma in direzione di Calasetta, dove l’omonima cantina è una cooperativa con oltre novanta anni di storia alle spalle, cento soci e centoventi ettari vitati, per la maggior parte a piede franco su substrato sabbioso. I vitigni trattati sono il carignano e il vermentino, con oltre dieci vini in diverse linee produttive. Dall’esterno si notano subito le torri circolari con le vasche di fermentazione e affinamento in cemento disposte lungo la circonferenza della torre stessa e su diversi livelli. Sulla sommità della torre è stata realizzata una moderna e funzionale sala di degustazione con vetrate circolari lungo il perimetro, che consentono di godere in tutte le direzioni dello splendido panorama offerto dalla città e dal mare. Approfittando di una pausa prima della prossima destinazione, è possibile degustare il piatto forte dell’isola, il gustoso Pilau di Calasetta, preparato con la fregola e la granceola, anche se qualche chef ama sostituire il saporito granchio con l’aragosta o l’astice.

Lasciamo Sant’Antioco per tornare sull’isola principale e risalire più a nord per raggiungere la miniera di carbone di Serbariu, realizzata per volere di Benito Mussolini in un’area storicamente povera e praticamente disabitata. Essa porterà alla nascita della città di Carbonia e una relativa ricchezza e stabilità economica ai minatori che negli anni si trasferiranno qui dalle zone limitrofe in cerca di una vita migliore, almeno per le proprie famiglie. Il sito costituirà per circa un trentennio (dal 1939 in poi) una delle principali fonti di energia dell’Italia.
La visita alla miniera inizia in superficie, con l’ampio e ricco museo del carbone e gli imponenti impianti per la movimentazione delle cabine per l’accesso ai pozzi. Si scende poi nelle gallerie, debitamente protetti dal caschetto, dove si respira l’atmosfera di quell’epoca udendo il frastuono simulato dei macchinari in funzione. Risaliamo in superficie e ci spostiamo nell’ultima cantina in programma, quella di Enrico Esu, giovane produttore di un eccellente Carignano del Sulcis, il Nerominiera. L’uva proviene da un vigneto con parecchi anni sulle spalle, a piede franco su un suolo con tessitura sabbiosa. Nella presentazione del suo vino, Enrico orgogliosamente dichiara che il vigneto si trova sopra i giacimenti di carbone dove ha lavorato il padre tanti anni prima. Alla fine di questo tour, i suggerimenti sono quelli dettati dal buonsenso. Per la visita alle cantine, soprattutto quelle piccole, si può sempre contare sulla proverbiale accoglienza sarda, ma per essere sicuri di trovare le condizioni ottimali è sempre meglio chiamare con congruo anticipo per accordarsi su giorni e orari. Le visite ai monumenti sono più flessibili, alcuni sono completamente gratuiti e accessibili in ogni momento ma nel caso delle miniere in particolare, si può scendere nei pozzi solo con la guida e risulta auspicabile conoscere gli orari esatti per ottimizzare al meglio il tempo.
Tra una degustazione e l’altra, lungo il percorso si possono ammirare le piantagioni di carciofi (il carciofo sardo spinoso DOP), effettuare trekking e fare un bagno in acque cristalline, visitare le numerose aree archeologiche come, per esempio, il nuraghe Villarios e il nuraghe is Meurras con le annesse tombe dei giganti. Meritano una menzione speciale le Domus de Janas di Monte Crobu, le strutture scavate nella roccia e diffuse in tutta l’isola edificate in modo che dopo il “risveglio” i defunti si trovassero in un ambiente familiare che ricordava il focolare domestico, mitigando così il trauma del trapasso. In definitiva, cari amici dell’Ais non resta che tracciare un bilancio positivo sull’avventura trascorsa. Ad Maiora semper.

 

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