Archeo-viticoltura per il futuro: le produttrici come custodi dei vitigni ritrovati

3 Giu 2026 | News, newsletter

Di Francesca Zaccarelli

Nel panorama vitivinicolo contemporaneo, il concetto di innovazione sta subendo una metamorfosi affascinante: non si guarda più soltanto al laboratorio e alla tecnologia, bensì allo scavo e alla memoria. È quella che il Professor Attilio Scienza definisce “Archeo-viticoltura”, una disciplina che utilizza la paleogenetica e lo studio dei vinaccioli antichi per ricostruire l’identità profonda dei territori, delle forme di allevamento e dei vini arcaici. In questo solco si inseriscono donne straordinarie, vere archeologhe del gusto, che hanno scelto di non inseguire i vitigni internazionali, ma di farsi custodi di reliquie viticole quasi estinte.
Come illustrato da Scienza in testi quali La Stirpe del vino, il recupero dei vitigni minori non è un’operazione nostalgica: il patrimonio genetico delle varietà autoctone rappresenta uno scrigno di adattabilità a fronte di secoli di mutamenti e interazione con l’uomo e il paesaggio, sviluppando una resilienza che oggi – tra riscaldamento globale e richiesta di sapori più autentici – è diventata una risorsa strategica. L’archeo-viticoltura ci insegna che il futuro è scritto nel DNA di varietà a lungo considerate improduttive o troppo complesse da gestire, ma che oggi si rivelano le sole capaci di restituire un sorso “territoriale”.
Laddove la logica del profitto immediato imponeva l’espianto, la sensibilità femminile ha spesso opposto la cultura della curiosità e della pazienza. Esemplari le storie di Marisa Cuomo, che tra le rocce di Furore (Costa d’Amalfi) ha salvato vitigni come il Fenile, il Ripoli e la Ginestra, o di Mara Dell’Antonia, che nel Trevigiano ha scommesso sulla Boschera e sul Verdiso per la produzione del pregiato Torchiato di Fregona. Salendo tra le colline del Monferrato Casalese, spicca l’impegno di Beatrice Gaudio, che con tenacia porta avanti l’eredità del Grignolino.
Questa riscoperta storico-agricola brilla anche nel Lazio, regione caratterizzata da un interessante patrimonio ampelografico autoctono. Qui, figure come Maria Ernesta Berucci a Piglio lavorano instancabilmente sul Cesanese, valorizzando biotipi storici che rischiavano di essere sostituiti da cloni più produttivi e meno caratterizzati. Nel Viterbese, Antonella Pacchiarotti è diventata la paladina dell’Aleatico di Gradoli, declinato con una finezza che ne esalta l’origine vulcanica e l’espressione archeologica del Lago di Bolsena. Ancora, l’impegno di Maria Pinto nel Frusinate, dove la profonda sensibilità per il territorio ha permesso il recupero del Maturano – vitigno a bacca bianca per secoli dimenticato e ora riabilitato grazie a una lettura tecnica e storica rigorosa – diventando il simbolo di una rinascita enologica che affonda le radici nel passato pre-romano.

Queste storie parlano di profondità identitaria e di un approccio innovativo – seppur antico – nel produrre vino, perché il recupero dell’autoctono dimenticato è un atto di ecologia culturale che sfida la standardizzazione del gusto. Proporre un vino nato da un vitigno reliquia significa servire un pezzo di storia antropologica, un legame diretto con le migrazioni dei popoli, delle idee e dei sapori. Il futuro della viticoltura italiana non passerà per l’imitazione di modelli globali, ma per la capacità di scavare nelle pieghe della storia e riportare alla luce tesori viticoli per interpretarli nel linguaggio odierno, come stanno facendo queste produttrici. Come insegna l’archeo-viticoltura, per navigare l’incertezza del futuro è necessario, oggi più che mai, saper ascoltare la voce millenaria della terra.

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