Sorì San Lorenzo – Angelo Gaja e la nascita di un grande vino

20 Mar 2025 | News, newsletter

di Angelo Petracci

C’è stata una fase storica in cui il vino italiano di qualità era in potenza, una possibilità ancora da rivelare al mondo in tutta la sua pienezza.
Con un diario di campagna e di cantina Edward Steinberg ha così seguito la nascita e l’evoluzione del Barbaresco Sorì San Lorenzo 1989 di Angelo Gaja descrivendone tutte le fasi realizzative e utilizzando una prosa semplice ma affascinante nel sapere restituire la lentezza dei giorni che si susseguono uno dopo l’altro e la numerosità dei momenti necessari per creare un grande vino.
Considerazioni agronomiche, potature attente, pulizia di cantina, lieviti selezionati, barrique, kermesse newyorchesi, internazionalizzazione, restituiscono la fotografia di un’Italia che entrava di gran carriera nel mondo del vino inteso come business e non più come alimento senza valore economico.
Sullo sfondo la storia delle Langhe, una storia di povertà e di stenti, quando l’agricoltura permetteva soltanto la mera sopravvivenza, territorio legato da sempre alla produzione del vino ma che la stampa internazionale giudicava incapace di produrre eccellenza per la inaffidabilità italiana nei progetti che richiedono pianificazione e dedizione al lavoro.
E invece quel vino avrà un successo straordinario e nel 1991 al New York Wine Experience, verrà celebrato come uno dei vini dell’anno.
Sorì è un termine piemontese che indica le colline meglio esposte, quelle che ricevono luce e calore per più ore durante le giornate, quelle dove la neve invernale si scioglie prima, quelle dove le uve maturano meglio e che sono più dolci quanto vengono assaggiate per decidere il momento migliore per la vendemmia. Lorenzo invece è il nome del santo protettore del duomo di Alba. La modernità di alcune scelte di Angelo Gaja non soppianta il legame che il vino deve avere con la terra: la lettura restituisce con forza l’importanza dell’uomo, dei suoi gesti quotidiani. I potatori che ascoltano con attenzione le indicazioni di Curtaz nelle attenzioni da porre nella potatura e nella raccolta, le scelte enologiche di Ezio Rivella, che Angelo Gaja indica come il vero fautore del suo vino, figlio della sua maniacalità ed attenzione in cantina. Lui invece si riconosce soltanto il merito commerciale di averlo fatto conoscere la mondo, di averlo fatto percepire come un’opera d’arte, di avergli messo il vestito buono su spalle grandi e mani contadine segnate sempre dal lavoro quotidiano.

Il libro dimostra la non recente data di pubblicazione nella totale assenza delle considerazioni che dominano l’attualità del mondo del vino. Emerge la valutazione sempre positiva di tutte le scelte che affrancano dai retaggi del passato: i lieviti selezionati, il controllo delle temperature, l’uso dell’acciaio, le filtrazioni, le botti piccole. Il fascino della lettura è rappresentato proprio dall’effetto di vecchia polaroid che restituisce, di una fase del vino italiano che si riconosceva senza ombre nell’entusiasmo del rinnovamento e della necessaria modernizzazione. Le valutazioni sui potenziali eccessi di queste scelte, dei materiali di risulta lasciati sul terreno da questa opera di demolizione di un certo tipo di tradizione, sarebbero nate più tardi.

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