Da green a grey? La tendenza in chiaroscuro del biologico

5 Feb 2026 | News, newsletter

Di Paolo Tamagnini

Negli ultimi venti anni la viticoltura biologica è stata uno dei motori più potenti del racconto “green” del vino italiano. Una crescita rapida, sostenuta da domanda, politiche pubbliche e aspettative di maggior valore. Oggi però il quadro è cambiato: non si assiste a un crollo delle superfici, ma a un evidente rallentamento della dinamica espansiva, accompagnato da una crescente difficoltà a trasformare la certificazione bio in redditività stabile lungo la filiera.
Nel 2024 i vigneti biologici italiani si attestano su 132.441 ettari, un livello elevato anche nel confronto internazionale. Il dato critico non è quindi lo stock, ma la pipeline: secondo le elaborazioni dell’Osservatorio UIV su base ISMEA–SINAB, le superfici vitivinicole in conversione scendono da 29,1 mila ettari nel 2023 a 26,7 mila nel 2024 (-8%). È qui che emerge il segnale di crisi: meno aziende scelgono oggi di entrare nel bio, oppure rimandano la decisione, segno che il rapporto rischio/beneficio appare meno favorevole rispetto al passato.
Il rallentamento arriva dopo un ciclo di forte crescita: dagli oltre 20mila ettari del 2004 si è arrivati al picco di quasi 140mila ettari nel 2022. Da allora è iniziata un’inversione di tendenza. Le maggiori contrazioni si registrano nel Nord-Est, area più colpita dagli eventi climatici estremi: Friuli-Venezia Giulia (-18,5%), Veneto (-9%) e Trentino (-9,6%). Crescono invece alcune regioni, come Liguria (+50%), Campania (+12%) e Sardegna (+6,3%), mentre il Lazio registra una flessione del 4,2%. La mappa dell’incidenza del vigneto bio sul totale regionale vede ai primi posti Marche (38% sul vigneto regionale), Toscana (37,5%) e Sicilia (34,9%). Il Lazio occupa il decimo posto tra le regioni con il 13,8% di superficie bio.
Il clima è uno dei fattori chiave: annate difficili, pressione fitosanitaria crescente e maggiore incertezza produttiva mettono in luce i limiti del modello biologico in un contesto di climate change, soprattutto nelle aree più vulnerabili. Ma pesa anche il mercato. A fronte di un vigneto bio nazionale che rappresenta circa il 22% delle superfici, le vendite incidono solo per il 2% a valore e l’1,2% a volume. Nel 2024, inoltre, ISMEA segnala un calo degli acquisti di vino e spumanti bio (-1,6%), in controtendenza rispetto ad altri comparti biologici.
La promessa storica del bio – costi più alti compensati da prezzi migliori – si è così indebolita. Il consumatore è più selettivo, meno disposto a riconoscere un premium automatico, mentre il trade, in una fase di mercato difensiva, riduce l’assortimento percepito come “di nicchia”.
Il paradosso è evidente: il bio resta strutturalmente rilevante, ma perde slancio. La sfida non è tornare indietro, bensì ricostruire valore: meno slogan, più dati misurabili, maggiore coerenza tra posizionamento, canale e risultato economico. Perché l’attuale fragilità del bio non è una crisi di principio, ma di riconoscimento. E senza valore riconosciuto, la conversione si ferma.

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