di Solange Vernò
Negli ultimi vent’anni, i drama coreani hanno conquistato il pubblico internazionale, trasformandosi da fenomeno locale a prodotto culturale globale. Il loro successo, inizialmente circoscritto all’Asia orientale, ha trovato slancio con titoli come Winter sonata e Boys over flowers, fino a esplodere con Squid game e Crash landing on you, capaci di catalizzare l’attenzione di milioni di spettatori in tutto il mondo e ad influenzarlo con i gesti e le abitudini quotidiane dei protagonisti dei drama. È l’effetto dell’Hallyu, l’onda coreana, che ha portato la cultura popolare del Paese ben oltre i confini nazionali e che ha generato un indotto economico sorprendente: la skincare coreana è diventata un riferimento globale, il loro cibo ha invaso le tavole occidentali, le piattaforme streaming investono sempre più in contenuti coreani e la musica K-pop domina le classifiche. La forza di quella “K” davanti a ogni parola: K-drama, K-beauty, K-food è diventata un marchio di attrattività. Tanto che alcuni brand italiani hanno scelto di produrre direttamente in Corea per potersi fregiare di quella potente iniziale, capace di trasformare un prodotto in esperienza culturale.
Nella sceneggiatura dei drama, il soju, tradizionalmente distillato da riso, occupa un posto speciale (su questo, trovate l’approfondimento di Salvatore Stanco nella rubrica “Distillati e dintorni”). Non è solo una bevanda: è un simbolo, un rituale, un dispositivo narrativo capace di raccontare l’intimità, la fragilità e la complessità delle relazioni umane. Nei drama, il soju accompagna momenti di svolta, confessioni, rotture e riconciliazioni. È spesso presente nei dialoghi più intensi, quando i personaggi si spogliano delle convenzioni e lasciano emergere la verità. Il bicchiere di soju diventa così un catalizzatore emotivo, un mezzo per abbattere le barriere e rivelare ciò che le parole sobrie non riescono a dire. La sua presenza è talmente ricorrente da essere diventata un cliché narrativo, al pari della pioggia nei momenti drammatici o delle coincidenze del tutto improbabili che muovono la trama.
La centralità del soju nei drama riflette anche un aspetto più profondo della società coreana. In un contesto fortemente competitivo, dove l’etichetta e il rispetto delle gerarchie permeano ogni interazione quotidiana, molti individui vivono sotto una sorta di pressione costante che li porta a reprimere emozioni e pensieri personali. È proprio l’alcol, e in particolare il soju, a diventare il mezzo attraverso cui ci si concede di abbassare le difese e liberarsi momentaneamente da questa cappa di formalità.
Ma c’è anche una ragione fisiologica dietro l’effetto amplificato dell’alcol nei drama coreani. Molti asiatici, per motivi genetici, metabolizzano l’alcol in modo diverso rispetto ad altre popolazioni. Una variante dell’enzima ALDH2, meno attiva, rende più difficile lo smaltimento dell’acetaldeide, provocando reazioni più intense anche con dosi moderate. Questo spiega perché, nei drama, bastano pochi bicchieri di soju per alterare l’umore dei personaggi. È un dettaglio che aggiunge realismo alla narrazione e, al tempo stesso, riflette una dinamica sociale autentica: in Corea, bere è spesso un atto collettivo, regolato anche da codici di rispetto e gerarchia, come la norma inderogabile di non bere mai frontalmente a una persona più anziana o di rango superiore, ma di farlo ruotando lateralmente la testa.
Se vi incuriosisce, provatelo freddo, magari miscelato ad una birra gelata: è un abbinamento popolare sorprendente. Accompagnatelo con un pancake al kimchi o con pollo fritto alla maniera coreana, e per un istante vi sembrerà di essere sui tetti di Seoul, sotto un cielo punteggiato di stelle e confessioni.
