L’Asia del vino: geografie emergenti del nuovo player globale

1 Dic 2025 | News, newsletter

di Paolo Tamagnini

Il continente asiatico potrebbe rappresentare oggi la tanto attesa nuova frontiera della vitivinicoltura mondiale. Con oltre 2 milioni di ettari di vigneto, quasi il 28% della superficie vitata mondiale, l’Asia possiede un patrimonio viticolo ormai superiore a quello di molte regioni storiche europee. Solo una parte, però, è destinata alla produzione di vino: in diversi Paesi prevalgono ancora le uve da tavola o da essiccazione, come in Turchia, Iran e Uzbekistan, dove anche le ragioni religiose limitano la cultura enologica.
Il primato spetta alla Cina, con 753 mila ettari vitati e 2,6 milioni di ettolitri prodotti nel 2024, in calo rispetto ai picchi di un decennio fa. Dopo il boom degli anni 2010, la domanda interna si è stabilizzata, ma la Cina resta un importatore chiave, con 4,4 milioni di ettolitri acquistati e un prezzo medio di 5,2 €/l, superiore alla media mondiale. Il consumatore cinese è oggi più selettivo: privilegia le etichette di fascia alta, francesi e italiane in testa, mentre cresce l’interesse per il vitigno marselan, divenuto il simbolo della nuova enologia cinese.
A ovest, il Caucaso riafferma la propria identità di culla della vite. Georgia e Armenia uniscono tradizione millenaria e innovazione: la prima ha prodotto 2,4 milioni di ettolitri, esportandone oltre due terzi verso Russia, Cina e UE; la seconda, puntando su vitigni autoctoni come areni noir e voskehat, sta conquistando crescente prestigio internazionale.
Nel Sud e Sud-Est asiatico avanzano le cosiddette “new latitude wines”, produzioni nate in zone tropicali o subtropicali. L’India, con la regione di Nashik, supera ormai 800 mila ettolitri, affermandosi come polo emergente anche all’estero. Thailandia e Vietnam, pur con volumi modesti, sperimentano vitigni come shiraz, chenin blanc e colombard, adottando tecniche di doppia vendemmia annuale, simbolo di una viticoltura che sfida i limiti climatici.

Sul fronte dei consumi, oltre alla Cina emergono Giappone e Corea del Sud, mercati ad alto potere d’acquisto e gusto sofisticato. Il Giappone, con 3,1 milioni di ettolitri consumati e un prezzo medio di 6,3 €/l, è tra i più raffinati importatori globali, pur valorizzando vitigni nazionali come il koshu e il muscat bailey. La Corea del Sud, invece, pur producendo poco vino, si rivela un mercato dinamico per l’import di spumanti italiani e di rosati di qualità.
Nel complesso, l’Asia produce oggi meno del 5% del vino mondiale, ma rappresenta quasi l’8% del commercio internazionale in volume e un valore ancora più alto in termini di prezzo medio. Il 2024 segna una lieve contrazione produttiva (-4%), compensata da un recupero degli scambi, trainato dal ritorno della domanda cinese e dalla stabilità del mercato giapponese.
In sintesi, l’Asia del vino è un mosaico di contrasti: superfici imponenti e produzioni ridotte, tradizioni antiche e nuovi esperimenti tropicali, consumatori sofisticati e mercati ancora in via di formazione. Ma è anche il laboratorio dove si sta ridefinendo il concetto stesso di viticoltura globale, più flessibile, multicentrica e aperta alla diversità climatica e culturale. Per il mondo del vino europeo, rappresenta insieme una sfida e una straordinaria opportunità di dialogo e di crescita.

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