Di Francesca Zaccarelli
L’attribuzione di genere a vitigni e vini è spesso più variabile e dubbia di quanto si pensi. In molti casi questo fenomeno esprime una dualità profonda: da un lato la naturale unità tra il vino e il vitigno che lo genera; dall’altro una tendenza a far prevalere il maschile sovraesteso anche su termini che la grammatica e la tradizione vorrebbero al femminile. Contestualmente, nel linguaggio della degustazione sono spesso usate espressioni come “eleganza femminile” o “vino virile e muscoloso”: rappresentazioni che, se da un lato possono aiutare a immaginarne il carattere, dall’altro ingabbiano la complessità in categorie troppo schematiche. Perché la realtà è fatta di una ricchezza vitivinicola e di una tradizione agricola capaci di attraversare e rappresentare tempi, luoghi e culture che meritano di essere riconosciute con la giusta declinazione. La Barbera è forse l’esempio più emblematico: Mario Soldati la riporta deliberatamente al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino. Non un vezzo linguistico, ma l’affermazione di una personalità che si declina in base al territorio, dal Piemonte all’Emilia: accogliente, spesso vivace, talvolta austera, ma sempre diretta e inconfondibile.
Al Centro-Sud troviamo la Falanghina, antica uva a bacca bianca di Campania e Molise, che nei suoi diversi biotipi e nei vini che ne derivano esprime un equilibrio tra freschezza agrumata e sapidità.
Nel Nord-Est si incontra la Glera — madre del Prosecco e di miliardi di bottiglie di bollicine ogni anno — che nella DOCG Conegliano-Valdobbiadene raggiunge espressioni di grande finezza. Sempre in Veneto troviamo la Garganega, da cui nascono i vini più importanti di Soave, e la Corvina che, insieme alle sue “sorelle” Rondinella, Oseleta, Negrara e Molinara, dà vita a vini come l’Amarone, il Recioto dolce, il Bardolino e il Valpolicella.
Il Centro Italia regala la Vernaccia, già dal Medioevo simbolo di San Gimignano: la “Bianca Regina”, finissima e materica, con profumi floreali e minerali che nel tempo sfiorano il miele e gli idrocarburi. Accanto a lei, la Malvasia, presenza poliedrica su tutto il territorio nazionale e nelle sue numerose espressioni varietali, capace di offrire vini bianchi fragranti ma anche versioni più intense o aromatiche.
Negli ultimi anni sono tornate alla ribalta varietà come l’Albana di Romagna (prima DOCG bianca italiana), la Passerina tra Lazio, Marche e Abruzzo, la Schiava dell’Alto Adige, la Vespolina (o Ughetta) in Piemonte e la Tintilia del Molise, che sfida l’anonimato con vini rossi o rosati di grande carattere.
Ancora più specifiche e autoctone sono la Bonarda tra Piemonte e Lombardia, la Bianchetta genovese, la Croatina dell’Oltrepò Pavese, la Durella dei Monti Lessini, la Minnella di Sicilia, la Neretta cuneese, la Coda di volpe campana, fino all’Ancellotta e alla Termarina, antiche uve emiliane.
Tutte queste varietà hanno in comune più di una semplice forma grammaticale: sono spesso legate in modo profondo al loro territorio, con profili aromatici che evocano luoghi, microclimi e tradizioni. La femminilità linguistica non è un’etichetta arbitraria, ma una sensazione resiliente, forgiata dal tempo, dalla cultura popolare e dalla memoria delle comunità contadine che hanno custodito queste uve per generazioni.
Forse è per questo che si è scelto di mantenere il femminile in questi casi: non perché l’uva sia biologicamente “donna”, né per un imperativo grammaticale, ma perché queste viti e queste storie ci parlano in modo differente. Sanno accogliere, emozionare e raccontare un mondo senza urlare — caratteristiche che potrebbero essere lette come “femminili” e impresse nell’anima stessa del vino che ne scaturisce.
