Vitigni al femminile: non solo grammatica, ma resistenze e identità

5 Feb 2026 | News, newsletter

Di Francesca Zaccarelli

Lattribuzione di genere a vitigni e vini è spesso più variabile e dubbia di quanto si pensi. In molti casi questo fenomeno esprime una dualità profonda: da un lato la naturale unità tra il vino e il vitigno che lo genera; dallaltro una tendenza a far prevalere il maschile sovraesteso anche su termini che la grammatica e la tradizione vorrebbero al femminile. Contestualmente, nel linguaggio della degustazione sono spesso usate espressioni come eleganza femminile” o vino virile e muscoloso”: rappresentazioni che, se da un lato possono aiutare a immaginarne il carattere, dallaltro ingabbiano la complessità in categorie troppo schematiche. Perché la realtà è fatta di una ricchezza vitivinicola e di una tradizione agricola capaci di attraversare e rappresentare tempi, luoghi e culture che meritano di essere riconosciute con la giusta declinazione. La Barbera è forse lesempio più emblematico: Mario Soldati la riporta deliberatamente al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino. Non un vezzo linguistico, ma laffermazione di una personalità che si declina in base al territorio, dal Piemonte allEmilia: accogliente, spesso vivace, talvolta austera, ma sempre diretta e inconfondibile.
Al Centro-Sud troviamo la Falanghina, antica uva a bacca bianca di Campania e Molise, che nei suoi diversi biotipi e nei vini che ne derivano esprime un equilibrio tra freschezza agrumata e sapidità.
Nel Nord-Est si incontra la Glera — madre del Prosecco e di miliardi di bottiglie di bollicine ogni anno — che nella DOCG Conegliano-Valdobbiadene raggiunge espressioni di grande finezza. Sempre in Veneto troviamo la Garganega, da cui nascono i vini più importanti di Soave, e la Corvina che, insieme alle sue sorelle” Rondinella, Oseleta, Negrara e Molinara, dà vita a vini come lAmarone, il Recioto dolce, il Bardolino e il Valpolicella.
Il Centro Italia regala la Vernaccia, già dal Medioevo simbolo di San Gimignano: la Bianca Regina”, finissima e materica, con profumi floreali e minerali che nel tempo sfiorano il miele e gli idrocarburi. Accanto a lei, la Malvasia, presenza poliedrica su tutto il territorio nazionale e nelle sue numerose espressioni varietali, capace di offrire vini bianchi fragranti ma anche versioni più intense o aromatiche.
Negli ultimi anni sono tornate alla ribalta varietà come lAlbana di Romagna (prima DOCG bianca italiana), la Passerina tra Lazio, Marche e Abruzzo, la Schiava dellAlto Adige, la Vespolina (o Ughetta) in Piemonte e la Tintilia del Molise, che sfida lanonimato con vini rossi o rosati di grande carattere.
Ancora più specifiche e autoctone sono la Bonarda tra Piemonte e Lombardia, la Bianchetta genovese, la Croatina dellOltrepò Pavese, la Durella dei Monti Lessini, la Minnella di Sicilia, la Neretta cuneese, la Coda di volpe campana, fino allAncellotta e alla Termarina, antiche uve emiliane.
Tutte queste varietà hanno in comune più di una semplice forma grammaticale: sono spesso legate in modo profondo al loro territorio, con profili aromatici che evocano luoghi, microclimi e tradizioni. La femminilità linguistica non è unetichetta arbitraria, ma una sensazione resiliente, forgiata dal tempo, dalla cultura popolare e dalla memoria delle comunità contadine che hanno custodito queste uve per generazioni.
Forse è per questo che si è scelto di mantenere il femminile in questi casi: non perché luva sia biologicamente donna”, né per un imperativo grammaticale, ma perché queste viti e queste storie ci parlano in modo differente. Sanno accogliere, emozionare e raccontare un mondo senza urlare — caratteristiche che potrebbero essere lette come femminili”  e impresse nellanima stessa del vino che ne scaturisce.

Ultimi articoli

Ascoltare il vino

Di Angelo Petracci Il libro “Bollizine” di Tommaso Caporale suggerisce un’ipotesi di lavoro senz’altro affascinante: completare l’analisi...