di Angelo Petracci
Questo libro rappresenta il proseguimento di “Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto”. Ne approfondisce più in dettaglio dei temi e presenta nuove chiavi di analisi che vogliono ridefinire l’approccio con il vino per farlo diventare un approccio complessivo alla vita. Un’ambizione cioè di più ampio respiro. Non il mondo del vino ma il vino nel mondo.
Di fatto è una critica molto forte all’attuale cultura del vino. L’illusione della sua presunta oggettività e giusta distanza, quando invece il vino va compreso non perché ne siamo fuori ma nel nostro esserne dentro, nelle relazioni che costruisce.
Oggi all’autore piacciono i vini che non vogliono avere ragione e che stanno bene anche in silenzio. Che favoriscono gli incontri diventando incontro a loro volta. Non una ricerca sul vino ma una ricerca con il vino. Essere e conoscere che coincidono. La conoscenza infatti è sempre partecipata e il vino non è, si fa. Il vino non è nulla senza gli incontri che ha. Con il sole, con l’ossigeno, con gli uomini che lo producono e con quelli che lo bevono.
Il gusto non è un senso ma un compito. I sensi divisi sono una operazione di astrazione che risponde al bisogno di classificare mentre il vino e il mondo sono un nodo inestricabile. E’ il limite dell’analisi oggettivistica e deterministica della realtà, tipica della cultura occidentale.
L’autore dismette il vocabolario e i pensieri ricorrenti riferiti al vino.
Cibo e vino sono diventati temi di studio e l’interesse è diventato un interesse analitico. Ma c’è bisogno di questo per dargli valore? In Georgia il vino ha un ruolo cruciale nella sua socialità, viene celebrato perché lega ed unisce. C’è bisogno di parlare d’amore per conoscerlo ed apprezzarlo? Si corre cioè il rischio che la conoscenza sopravanzi l’esperienza.
Il vino risponde alle domande di una collettività e a sua volta suggerisce delle domande. Balla invisibile e ci fa parlare e cantare. Il vino vale in quanto legame. Non è un prodotto da misurare ma un incontro da realizzare. Una realtà polifonica da gustare senza tema, senza tesi.
Ma allora le scuole di degustazione, le degustazioni analitiche della epoca contemporanea che hanno ridato centralità al vino?
La degustazione analitica ha l’ambizione di essere oggettiva e metodica. Un punto di partenza e un punto di arrivo da raggiungere con un metodo. Il vino invece va amato senza riflessione accademica: tutto di lui concorre ad un racconto. Se piace non serve descriverne i dettagli, che invece utilizzeremo soltanto per descrivere perché non ci piace. Abbandonare la metodica giudicante delle fasi visiva, olfattiva e gustativa a favore di una scoperta come valore globale dell’esperienza.
La percezione è sempre situazionale, relazionale, siamo immersi in atmosfere che contribuiamo a creare e in cui siamo immersi, che ci trasportano e che al contempo facciamo.
Con il vino prima del gusto c’è tutto il resto: isolare il senso del gusto per astrarne classificazioni è un’ossessione tanto approfondita quanto illusoria. Se però si ragiona sulla evidenza che il giudicare, il classificare, il comparare il giudizio dei vini degustati potrebbero senz’altro perdere l’ossessione di apprezzare soltanto i vincitori, allora anche i canoni della degustazione analitica, criticati dall’autore possono diventare rivelatori delle dinamiche realizzative e della cultura che esprime ogni tipo di vino degustato. Le classifiche e i confronti come rivelatori delle comunità che hanno realizzato il vino e dei loro canoni estetici e culturali. Le differenze rivelatrici delle diverse culture e non il mero prevalere dello stile maggioritario. Non una gara rispetto ad una norma prevalente, non un mero punteggio in centesimi ma fare esperienza con il vino dei canoni culturali alla base di ciascuno.
